Carta d’Identità

Trentanni, di Rimini ma bolognese ormai da tanti anni, Francesco ha studiato all’Alma Mater Studiorum laurendosi in Ingegneria Informatica, qualificandosi da subito come sviluppatore. Non ha lasciato le due Torri neanche per lavorare, una condizione che gli ha permesso di partecipare all’Hackathon insieme all’amico Manuel. Dal nostro fotografo Federico sono stati soprannominati i Velini: uno moro e l’altro biondo, il loro è stato l’unico gruppo (il numero tre) ad essere formato solo da due elementi.

S: Francesco, come sei venuto a conoscenza dell’Hackathon?

F: Uno dei ragazzi di Epoca mi ha contattato spiegandomi il progetto e chiedendomi se ero interessato a prenderne parte. Credo di essere stato uno dei primi ad essere coinvolto, quando ancora la cosa non era diventata così grande. L’iniziativa mi ha allettato da subito: ho cercato di portare anche dei miei colleghi, ma la timidezza li ha bloccati. Io invece, ci credevo e sono venuto da solo.

S: Tu e Manuel siete la “coppia” del gruppo 3, “Network fra i campi”: vi conoscevate già? E perché questo bisogno?

F: La storia del nostro progetto è piuttosto buffa. Per farla breve, quando sono stati assegnati i progetti né io né Manuel eravamo presenti. Si è trattato di un attimo, probabilmente eravamo in bagno o a berci un caffè. Quando siamo tornati, era rimasto scoperto “Network fra i campi” e diciamo che non abbiamo avuto scelta. Ma alla fine il progetto ci è piaciuto e abbiamo creato un’applicazione davvero semplice, che permetta di mettere in rete gli eventi che vengono organizzati nei diversi campi. Il nostro obiettivo era creare uno strumento semplicissimo, in modo che chiunque potesse usarlo senza problema. Avevamo pensato a Facebook, ma poi anche quello era troppo dispersivo. La soluzione è stata utilizzare WordPress, organizzando gli eventi per città o attività.

S: La vostra applicazione è già funzionante?

F: In realtà non proprio, ci siamo fermati nello sviluppo. Ma credo che in un paio di pomeriggio potremmo tranquillamente concludere l’applicazione.

S: Cosa ne pensi della due giorni?

F: Un’iniziativa davvero molto interessante, sotto molti punti di vista. Non conoscevo la maggior parte delle persone che hanno partecipato. Anche con Manuel è stato strano: siamo amici ma non abbiamo mai lavorato insieme e ci siamo trovati li quasi per caso.  Sinceramente non sapevo cosa sarebbe uscito fuori dal nostro lavoro. Alla fine il risultato ci soddisfa, anche se ancora non è pienamente funzionante. Penso che in generale l’evento sia andato molto bene: non è facile integrarsi con altre persone, che sono abituate a lavorare in modo diverso dal tuo. Credo che se ci fossero stati gruppi formati da persone abituate a lavorare insieme si sarebbe prodotto molto di più. Ma forse è stato anche il bello dell’Hackathon: aver messo insieme tante professionalità diverse.

S: Cosa deve fare adesso il movimento per non morire?

F: Chiaramente incontrare i diretti interessati, chi queste applicazioni li può usare per agevolare il processo di ricostruzione e di ripartenza. È il momento di vedere sul campo se il fine per cui sono state create corrisponde alle reali necessità. Anche perché solo gli “utilizzatori” possono valutare il lavoro fatto ed eventualmente dare consigli e suggerimenti per pensare a cose differenti. Noi abbiamo fatto un primo passo, ora bisogna coinvolgere anche enti e istituzioni. Magari tra qualche mese si potrebbe lanciare anche un nuovo Hackathon, dove creare nuovi progetti o migliorare quelli esistenti. Insomma, si può fare molto, tutto dipende da noi.

S: E se ti chiedessi la prima cosa che ti viene in mente della due giorni? A cosa pensi?

F: Penso alla mattina della domenica, ore 10.00. Io e Manuel siamo tornati allo Shape per continuare il nostro lavoro. Eravamo a pezzi, nonostante una lunga nottata di sonno. Arriviamo e vediamo i ragazzi di Metwit (gruppo 7, nrd), freschi come rose, nonostante aver fatto “after” continuando a lavorare per tutta la notte. Li ho davvero stimati un sacco.

 

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Ha 26 anni, vive a Bologna ma viene da Foggia: dopo aver dato il suo ultimo esame all’università, si può ufficialmente definire un laureando in ingegneria gestionale. Con Antonio, Clio, Lorenzo, Flavia e Marica ha fatto parte del gruppo 2, Casa Sicura.

E: Come sei venuto in contatto con l’evento Hackathon Terremoto?

P: Sono venuto a conoscenza di questa iniziativa perché faccio parte di UniversiBo e, nel gruppo di Ingegneria, era arrivata comunicazione dell’evento che era in fase di organizzazione. Nel momento in cui ho letto di cosa si trattava mi sono incuriosito, anche perché sono stato anch’io un terremotato. Vengo da un paesino in provincia di Foggia e, nel 2002, ho vissuto in prima persona questa terribile esperienza: mi sono quindi sentito vicino a chi nell’emergenza ora ci vive e mi sembrava giusto contribuire per quanto potevo.

E: Su quale applicazione si è concentrato il tuo lavoro? E come mai?

P: Mi sono concentrato sullo sviluppo del bisogno numero due, un’applicazione che si basa sull’idea diinserire nel sistema una richiesta di sopralluogo ad un edificio, per fare avere l’informazione in modo rapido e diretto all’amministrazione comunale ed essere poi conseguentemente avvertiti nel momento in cui il sopralluogo è stato effettuato. Il motivo per il quale mi sono concentrato su questo bisogno è l’aver visto quanto importante un’applicazione del genere può essere. Di solito questa raccolta di dati e comunicazione di informazioni ai cittadini viene fatta in modo manuale. Realizzandola invece con una notifica tramite sms, considerando che ormai il cellulare ce l’hanno praticamente tutti, rende la ricerca di informazioni (sia per il cittadino che per le pubbliche amministrazioni) molto più accessibile.

E: Prima di iniziare, che cosa ti immaginavi sarebbe stato l’Hackathon?

P: Non avevo nessuna aspettativa, mi piaceva l’idea di dare una mano: non essendo uno sviluppatore, oltre che dare l’idea e contribuire a formarla non ho potuto fare molto. Una volta data l’idea è lo sviluppatore che la fa sua e la realizza in maniera indipendente. La mattina dopo sono tornato lì per dare un contributo e vedere come procedeva lo sviluppo.

E: E, invece, che cosa ti aspetti dal futuro?

P: L’applicazione è validissima, il sistema è banale e cerca di risolvere il problema di un sistema che normalmente non permette di ricevere informazioni se non in modo indiretto. E’ un’idea piccola ma che, se meglio sviluppata, può continuare a migliorare e diventare uno strumento utile per i terremotati, non solo dell’Emilia.

E: E’ passato qualche giorno, quali sono i tuoi ricordi dell’Hackathon?

P: Mi porto con me una grande esperienza personale, che mi ha dato la possibilità di interagrie con molte persone e di sviluppare dei temi che, per quanto semplici, almeno mi hanno dato la possibilità di dare un valido contributo. Poi, collaborare con persone diverse sia per mentalità che per preparazione, ha contribuito molto alla mia formazione. Ne farei un altro di hackathon, magari con qualche giorno in più prima per preparare le idee: il tutto, ovviamente, senza nulla togliere agli organizzatori, che hanno fatto una lavoro incredibile e meritano i complimenti di tu

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Emiliano doc, ha studiato all’Università di Bologna, chiudendo con un Master in Grafica e Web Design. Dall’anno scorso lavora a Bologna alla Yoox, lo store virtuale di moda e design multi brand leader nel mondo. Ad Hackathon Terremoto se lo sono aggiudicato i ragazzi di Metwit, per sviluppare l’applicazione Sto bene!. L’unica intervista dal vivo, nel cuore del Parco del Caviticcio a Bologna 😉

S: Andrea, chi ti ha parlato di Hackathon Terremoto?

A: Veramente…Facebook. Non conoscevo nessuno, né a Epoca, né di quelli che all’inizio erano sul gruppo di Facebook. Insomma, tutto merito della potenza del network: mi sono iscritto e mi sono fatto travolgere dall’onda Hackathon. E devo dire sono molto contento di averlo fatto.

S: Come ti sei trovato con i ragazzi di Metwit?

A: Devo dire molto bene, abbiamo lavorato bene, loro sono davvero bravi e competenti. In più avevano ben chiaro il progetto, quindi il lavoro di progettazione e studio già all’inizio è stato più semplice. Abbiamo analizzato i vari utilizzi a seconda dell’emergenza, valutando tutte le variabili più importanti per il progetto. Principalmente io mi sono occupato con Michele (Ruini di Metwit, nrd.) dell’usabilità, della fase di sviluppo invece se ne sono occupati interamente loro.

S: Una tua impressione sull’Hackathon  

A: Mi sembra sia andato davvero molto bene, per i tempi che abbiamo avuto, i gruppi mi sembra abbiano prodotto abbastanza.

S: E ora? Che si fa?

A: Ora bisognerebbe organizzare incontri periodici, cercare di coinvolgere più persone. Quando inseriti in un progetto del genere ci sono solo professionisti diventa difficile portarlo avanti con continuità: ognuno ha il proprio lavoro, e non può che dedicargli il tempo libero. Si potrebbe coinvolgere attivamente l’università, magari facendo attivare qualche tirocinio formativo. I ragazzi sono bravi e hanno sempre voglia di mettersi alla prova.

S: Il ricordo più bello di questa due giorni?

A: Una cosa figa è stata la birra e la musica allo Shape. Abbiamo lavorato ma ci siamo anche divertiti molto. E poi, chiaro, lo scambio di esperienze, anche extra hackathon. È stata una concentrazione di gente che è appassionata tutta della stessa materia, ma che la vive in modo diverso. Senza considerare i nuovi amici hackathoneti: spero che ci saranno altre occasioni per vedersi.

 

 

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Si sente una persona come tante altre, lavora come ingegnere del software, tra l’altro presso un’amministrazione pubblica, l’Università di Bologna: da cittadino, ha scelto di mettersi in gioco per due giorni, portando il suo bagaglio di competenze, in un modo diverso dal solito e sperando di poter dare una mano concreta. In queste situazioni di emergenza c’è sempre molta attenzione per quello che succede nel breve periodo, mentre per lui era particolarmente interessante dare un contributo sul lungo/medio periodo, mettendo al servizio il suo interesse e la sua passione. Il suo gruppo? Il gruppo 2, Casa Sicura.

E: Come hai conosciuto l’Hackathon?

L: Tramite il mio network di amicizie e di contatti professionali:

mi riconosco abbastanza nelle cose dette da Matteo nella sua presentazione, nella voglia di cogliere l’opportunità per dare un aiuto e fare qualche cosa di utile che magari potesse essere anche mia, massimizzando il tempo che dedicavo e riuscendo a sfruttare anche quelle che sono le mie conoscenze professionali.

E: Arrivando all’Hackathon, che cosa ti aspettavi?

L: Per prima cosa, la possibilità di dare un aiuto concreto. L’evento è stato organizzato discretamente bene ed in particolare, sin dall’inizio, ho apprezzato l’impegno per coinvolgere direttamente gli stakeholder.

E:Come credi che questa iniziativa possa continuare?

L: Noi abbiamo sviluppato dei prototipi che comunque necessitano di ulteriore lavoro, e quindi è necessario proseguire anche dopo la due giorni bolognese. Di sicuro spero che qualcuna di queste applicazioni venga davvero utilizzata e infatti, dal mio punto di vista, sarà soprattutto importante avere un riscontro (per esempio con l’utilizzo pratico) da parte degli stakeholder.

E: Che cosa ti porti via da questo hackathon?

L: Ho ricevuto molto da tutti, ho potuto conoscere dal vivo persone che mi hanno portato testimonianza di quello che sta succedendo nelle zone terremotate, tramite un canale non convenzionale. Avere un feedback dalle persone che sono sul campo mi ha dato un’idea più chiara della situazione e di quelli che sono i bisogni reali, senza sensazionalismi. L’hackathon potendo lo rifarei domani, ho davvero conosciuto molta gente in gamba con al quale ho passato due bellissime giornate.

 

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Bolognese trapiantato a Milano per lavoro, dal 2011 Marco è Business & Project Developer alla IConsulting di Milano, dopo aver lavorato sia in Vodafone sia all’Osservatorio Asia, dividendosi tra la Cina e Imola. Il suo attuale impiego alla IConsulting lo ha reso “l’uomo giusto” per partecipare all’Hackathon Terremoto all’interno del gruppo 6, ricostruzione partecipata.

S: Marco, come hai saputo di Hackathon Terremoto?

M: Grazie a Twitter. Un amico ha twittato la segnalazione dell’Hackathon. Per caso mi è caduto l’occhio e sono andato a vedere di che si trattava. Quando ho visto che ad organizzare erano Clio Dosi, Matteo Vignoli e Chiara Cacciani, mie conoscenze già dai tempi dell’università, non potevo non partecipare.

S: Gruppo 6 per te: una scelta in linea con il tuo lavoro, giusto?

M: Sicuramente. Trattandosi di una business intelligence non potevo non portare la mia esperienza.

S: Perdona l’ignoranza, ma cosa si intende per business intelligence?

M: Sono quelle metodologie per la realizzazione di strumenti a supporto delle decisioni. Direi

perfettamente in linea con il lavoro del gruppo 6, che trattando il tema della ricostruzione partecipata e della trasparenza, fonda il suo essere proprio sulla capacità di prendere decisioni. Chiaramente, quelle giuste.

S: Come si svilupperà il vostro progetto nel prossimo futuro?

M: Per essere davvero efficace, questa applicazione deve necessariamente avere alla spalle l’appoggio delle istituzioni. Come si dice, dobbiamo “portarle a bordo”: solo così si potranno davvero realizzare soluzioni utili per loro e per i cittadini. Questo deve diventare un metodo quantitativo per prendere decisioni.

S: Cosa deve fare adesso Hackathon per portare avanti il movimento?

M: Deve spingere su quello che ha realizzato. È riuscito a mettere in piedi un vero e proprio contenitore culturale su questi temi, grazie a sviluppatori, analisti, stakeholders e ai tanti amici che hanno dato il loro piccolo grande contributo. Tutto il valore sviluppato in questi due giorni, deve essere solo un seme: adesso bisogna andare avanti, cercando un impegno concreto delle istituzioni a supporto di questi e dei prossimi progetti. Questa a mio avviso deve essere la nostra strategia. Bisogna farlo conoscere.

S: Cosa ti ha colpito di questo evento?

M: Soprattutto la grande professionalità degli organizzatori e di tutti coloro che hanno partecipato. Pensare le mappe dei bisogni e delle soluzioni non è come dire “troviamoci e vediamo cosa viene fuori”. È frutto di un lavoro ragionato con cura. E il risultato è stato una partecipazione intensa, sentita, perché tutti si sono sentiti parte di qualcosa di concreto. Se si pensa che c’è gente che ha partecipato da remoto, fino dall’India, per non mancare. Questo testimonia un interesse per questo evento che è andato al di la di ogni previsione. Come del resto il riscontro mediatico: è stato forte considerando i mezzi e le risorse a disposizione. Un vero riconoscimento a un progetto bellissimo.

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Laureata in Ingegneria Gestionale all’Università Federico II di Napoli, da 6 anni vive e lavora a Milano, dove si occupa di consulenza in gestione del costruito. Ma il suo cuore la porta spesso in Emilia Romagna, dove ha famiglia e amici: una terza casa che si avvicina al suo modo di vivere. Per questo e per l’amicizia che la lega ai ragazzi di Epoca non poteva mancare a Hackathon Terremoto. Il suo gruppo? Numero 6, ricostruzione partecipata.

S: Come hai saputo di Hackathon Terremoto?

C: Dai ragazzi di Epoca. Per lavoro collaboriamo spesso, ed è venuto fuori che avevano avuto questa bella idea. Non potevo mancare, prima di tutto perché  sono tematiche che appartengono al mio quotidiano, visto che lavoro proprio nel settore del costruito, ma anche perché l’Emilia è una terza casa per me, dopo Napoli e Milano, e ci torno ogni volta che ne ho l’occasione. E per dare il mio contributo, ci sono tornata di corsa.

S: Tu lavori nella gestione del costruito: la scelta del gruppo 6, quello della ricostruzione partecipata quindi, non è un caso…

C: Assolutamente no, era naturale rispetto al lavoro che faccio. Inoltre è anche un tema che mi appassiona, quello della trasparenza: una qualità purtroppo spesso rara.

S: Come pensi sia andato questo evento?

C: E’ stato un evento interessante e importante. Un segnale forte rispetto all’argomento. Ha portato attenzione su questi temi in modo propositivo, e soprattutto anche da parte di ragazzi che non hanno avuto un’esperienza diretta di questa fatalità. Hackathon Terremoto ha fatto vedere quanto sia forte la sensibilità dei giovani.

S: Una scommessa vinta quindi?

C: Diciamo che l’evento è andato davvero bene, ma adesso bisogna avere un riscontro concreto. Alla fine è impossibile sviluppare un’applicazione funzionante in 36 ore. Però questa manifestazione ha avuto un senso. Ha messo insieme persone diverse per concretizzare delle idee in modo semplice e anche divertente. Staremo a vedere, io sono molto positiva.
 
S: Qual è la cosa che più ti ha colpito di questi due giorni?
C: Non mi sarei mai aspettata di vedere 20 giovani chiusi dentro a una sala per 36 ore senza fermarsi. Tutti concentrati e volenterosi. Ammetto che mi aspettavo più “cazzeggio”: invece mi hanno piacevolmente colpito per il loro grande senso di responsabilità. Vuol dire che questa manifestazione ha suscitato un entusiasmo tale da far scordare lo splendido sole di quel fine settimana.

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Si occupa di sviluppo software per lavoro da alcuni anni, è di Ferrara e, nonostante non sia stato personalmente colpito dal sisma, ha svariati amici che hanno avuto problemi. Il suo interesse per l’hackathon è nato anche così, dal desiderio di fare qualcosa in prima persona (per esempio facendo il volontario, con alcuni amici, per raccogliere tende e portarle a San Felice sul Panaro), sfruttando la sua professionlità. Antonio faceva parte del gruppo 2, Casa Sicura.

E: Come hai conosciuto l’Hackathon?

A: Avevo partecipato di recente a un evento a Bologna (YMCA­), dal loro sito ho visto un riferimento all’hashtag #hackathonterremoto, mi sono incuriosito e sono andato a cercare informazioni; mi sono iscritto al gruppo Facebook e da lì è iniziata l’avventura.

E: Sullo sviluppo di quale applicazione ti sei concentrato e per quale motivo?

A: Ero uno di quelli non in gruppo, ho visto le varie proposte ed ho scelto quella che aveva più a che fare con l’approccio al database; poi, per caso, ci siamo anche trovati con un altro sviluppatore Microsoft, e quindi, rispetto agli altri, eravamo anche abituati ad un’interfaccia simile.

Capire come impostare la nostra applicazione ha richiesto una lunga analisi, ed abbiamo cercato di organizzarla sia dal punto di vista del cittadino (in modo che possa fare direttamente una segnalazione, per esempio di un edificio non stabile), che dalla parte di chi le segnalazioni le deve ricevere, elaborare e, di conseguenza, agire.

E: Cosa ti aspettavi dall’Hackathon?

A: Non avevo aspettative, questo è un genere di manifestazione che non conoscevo: ho partecipato a tanti convegni ed aggiornamenti, sempre nella mia area di sviluppo applicazioni, ma mai ad una iniziativa di questo tipo. Di solito lavoro da solo, quindi mi piaceva l’idea di fare parte di un gruppo e di partecipare a qualcosa che si sarebbe sviluppato durante tutta la notte, mettendomi in gioco con qualcuno a livello volontario, un aspetto per me assolutamente fondamentale.

Ero più interessato a conoscere persone e a vedere come gli altri avrebbero lavorato, più che a quello che potevo fare io: parto sempre un po’ intimidito, pensando che gli altri siano più preparati di me. E’ per questo che ho portato i muffin e la torta, in modo da essere sicuro, anche solo per questioni culinarie, di essere utile alla manifestazione.

E: A quasi una settimana di distanza, invece, che cosa ti porti via da questo hackathon?

A: Prima di tutto l’energia raccolta in questi due giorni. E poi molte aspettative, riguardo la possibilità che almeno qualcuna di queste applicazioni possa essere usata e portata all’attenzione degli stakeholder. L’ Hackathon può essere una buona occasione per sviluppare qualcosa di utile: la nostra applicazione non è terminata, abbiamo creato un prototipo funzionale alla presentazione, ma speriamo a breve di completarla e poterla mettere al servizio della popolazione e delle istituzioni.

E: Qualche curiosità sulla due gironi della manifestazione?

A: Sono uno di quelli che ha fatto la nottata, con solo una dormitina di due ore perché non ce la facevo più a scrivere, quindi di storie ne ho tante. Mi porterò a casa il ricordo di un clima bellissimo, in particolare con quelli rimasti fino a notte fonda; la collaborazione ed il supporto umano, ancora prima che lavorativo; i ragazzi toscani che si davano il cambio ogni mezz’ora per non smettere di scrivere; la grande capacità di concentrazione di tutti; e, last but not least, l’essere stato beccato da Riccardo Luna, alle 3.40 di notte, con un barattolo di Nutella in mano.

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Ventisei anni e una laurea al Politecnico di Milano in Product Service System Design, Francesco ha una gran passione per la tecnologia e per l’innovazione sociale, che ha guidato anche la scelta dell’argomento della sua tesi incentrata sulla partecipazione e sulla trasparenza nei processi di ricostruzione post disastro naturale.  Da questo suo lavoro è nato anche un video reportage (http://www.youtube.com/watch?v=5UwAN2cgluE) sull’esperienza aquilana, che ha ottenuto un grande riscontro, tanto da essere pubblicato anche su riviste del calibro di Domus e Wired. Il suo gruppo (il numero 6) non poteva che essere quello sulla ricostruzione partecipata.

S: Come sei arrivato a Hackathon Terremoto?

F: Mi ha chiamato la mia amica Chiara (Cacciani, ideatrice insieme a Clio Dosi e Matteo Vignoli dell’Hackathon Terremoto, nrd.), mia compagna di corso al Politecnico. Mi ha spiegato a grandi linee di che si trattava, sapeva che nella mia tesi avevo proprio parlato di ricostruzione dopo il terremoto all’Aquila e mi ha detto: “Guarda, non puoi mancare”.

S: Era la prima volta che ti approcciavi ad una manifestazione del genere? Che impressioni ha avuto?

F: In realtà avevo già fatto cose del genere, soprattutto progetti di global service. Questo Hackathon mi ha fatto un’impressione davvero positiva, soprattutto per la multidisciplinarità delle competenze che ho incontrato. Il lavoro in team è stato fantastico: nonostante io non conoscessi nessuno, ci siamo subito trovati a fare brainstorming per capire come realizzare la nostra applicazione. Mi è piaciuto un sacco, soprattutto perché nel mio gruppo c’erano figure con competenze completamente diverse dalla mia, anche molto più professionali, visto che sono un neolaureato e ho ancora poca esperienza sul campo. Veramente un gran bell’ambiente. Rispetto agli altri eventi simili a cui ho partecipato, questo è stato pensato con un criterio e soprattutto con l’intenzione di avere una continuità, il tutto in un’atmosfera concreta e realistica.

S: A proposito di futuro…come vedi il futuro di Hackathon Terremoto? Cosa consiglieresti agli organizzatori per poter portare avanti il movimento?

F: Fondamentale organizzare un evento con gli stakeholders, invitandoli a dare un giudizio sul nostro lavoro. Infondo lo abbiamo fatto pensando a loro e alle loro esigenze, quindi nessuno meglio di loro è in grado di farci capire se siamo andati nella direzione giusta. Poi, nel nostro piccolo, dobbiamo ancora fare moltissimo: non avevamo uno sviluppatore in team, quindi il lavoro è ancora da implementare. Ma abbiamo già programmato e questo è già buono.  Dopo di che sarà cruciale presentarlo alle autorità, ma anche ai cittadini, che dovranno “alzare la voce” per assicurarsi che questa trasparenza nella ricostruzione sia una prerogativa dell’amministrazione.

S: Se ti dico Hackathon Terremoto, qual è il tuo ricordo più bello?

F: E’ stato bellissimo conoscere Christian di Action Aid (Quintilli, nrd.): con lui abbiamo fatto una lunga chiacchierata sulla mia ricerca, ci siamo scambiati i contatti e abbiamo già deciso che presto ci incontreremo per vedere come poter collaborare. Per me, che sono appena uscito dall’università, questa è stata davvero una grande occasione, per conoscere nuove realtà ma anche per attivare contatti che chissà, un giorno potrebbero segnare la mia strada lavorativa.

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Il gruppo dei Metwittiani, così hanno scelto di definirsi, è partito addirittura da Firenze per raggiungere Bologna e partecipare ad Hackathon Terremoto. Michele, il portavoce, è il più vecchio (30 anni). Di sé stesso ammette: “Per quanto difficile da credere, ho una laurea quadriennale in Matematica Pura, conseguita all’Università di Firenze”. È UX UI designer del gruppo, oltre che CEO di Metwit, la startup che ha fondato sull’idea del meteo crowdsensing. Insieme a lui, Davide, 25 anni, è il developer backend. Lavora in Python e dopo la laurea triennale ha mollato un master per Metwit. Anche Simone, 22 anni, developer mobile, ha interrotto la sua laurea triennale al secondo anno per Metwit. La motivazione per entrambi? “Tanto ben che vada appena mi laureo posso sperare di andare a lavorare in una startup, quindi tanto vale che mi ci butti adesso a farne una mia”. Hanno avuto ragione.
Ad Hackathon, insieme ad Andrea Soverini, formavano il gruppo 7, che ha studiato l’applicazione “Sto bene!”.

Nell’intervista, Michele parla a nome anche degli altri due “Metwittiani” del gruppo 7, Davide Rizzo e Simone D’Amico

S: Michele, siete stati tra i pochi ad aver dormito allo Shape: com’è andata?

M: Veramente non abbiamo proprio dormito…abbiamo lavorato praticamente tutta la notte, forse quello che ha dormito di più è stato Davide, che per un’oretta si è buttato sul divano. Altrimenti niente, un po’ di riposo così, qualche minuto e poi di nuovo sul pc. Ma del resto, eravamo venuti apposta…

S: Come avete conosciuto l’Hackathon? Voi non siete neanche di Bologna..

M: Un vero caso. Stavo leggendo un articolo di Riccardo Luna sul suo blog (giornalista de La Repubblica e promotore di Protezione Civica, nrd.), e parlava di questo hackathon a Bologna. Mi sono incuriosito, perché anche noi come Metwit avevamo in mente di fare un hackathon a settembre, insieme a Crisis Camp, proprio declinando la nostra applicazione sul meteo alle emergenze. Poi è venuta fuori questa cosa, sono andato sul gruppo Facebook e ho pensato: perché no? È stata una strana coincidenza: mi ero appena segnato per partecipare come spettatore al Next (Il festival dell’Innovazione inserito all’interno de La Repubblica delle Idee dove Hackathon Terremoto ha presentato i suoi progetti, nrd.) e poi mi sono ritrovato ad andarci da protagonista. Una figata.

S: Un commento su questo Hackathon

D: E’ stata una bellissima occasione per noi. Ci mancava un po’ la spinta, anche per il nostro hackathon. Erano mesi che l’avevamo in testa e non riuscivamo a razionalizzarlo. Poi abbiamo visto sti ragazzi che in meno di una settimana hanno messo su una cosa fatta bene e non potevamo non partecipare.

S: E il vostro progetto?

D: Beh, un proseguimento naturale di una cosa che noi portiamo avanti quotidianamente. Gli stessi utenti ci hanno detto quanto fosse giusto Metwit per un’applicazione del genere. Hackathon ci ha dato la possibilità di metterci la testa sopra e lavorarci.

S: Che contributo darà Metwit ad Hackathon Terremoto

M: Mitwit c’è, per collaborazioni o eventi. L’unione fa networking: il bagaglio di conoscenze umane e scientifiche che abbiamo messo su in questi due giorni sono tante. Più siamo, meglio è.

S: Se ti chiedessi un aneddoto di questi due giorni, qual è la prima cosa che ti viene in mente?

M: La notte del sabato, allo Shape, abbiamo sentito urlare dalla finestra “qui ci sono quelli dell’Hackathon!”. Sembravano urla di gente ubriaca e abbiamo pensato, “Ma guarda sti ubriaconi che urlano alle tre di mattina”. Poi  qualcuno suona alla porta: erano Riccardo Luna e altri grandi menti dell’innovazione italiana che erano venuti a farci un saluto. Un’incursione notturna davvero speciale.

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Dopo la laurea in Informatica all’Università di Bologna conseguita nel 2010, Damiano si divide tra il suo lavoro da sviluppatore a Epoca e un dottorato di ricerca presso la Scuola di Ingegneria dell’Innovazione Industriale dell’Università di Modena e Reggio Emilia, dove concentra i suoi interessi di ricerca nel campo del Pervasive Computing. Applicazioni mobili e pervasive e le integrazioni di sistemi enterprise sono i suoi cavalli di battaglia, sfruttando le potenzialità del framework Open Source. A Hackathon Terremoto faceva parte del gruppo 5, “Cerco/Offro Alloggio”.

S: Come hai conosciuto Hackathon Terremoto?

D: Lavorando a Epoca ho visto nascere l’idea di questo evento e portarlo avanti dai miei colleghi.

S: Un tuo bilancio su questa due giorni

D: Un’esperienza davvero interessante, sono venute fuori delle belle idee. Ora è il momento di proseguire, perché il tempo non è stato molto e il mio gruppo, come poi anche molti degli altri, non è riuscito a finire il prototipo. Bisogna trovare lo spazio per portarli a termine. L’aspetto più interessante dell’Hackathon è stato il aver saputo mettere insieme persone che hanno background diversi, permettendo di liberare le idee, nel vero senso della parola: un modo di lavorare che non può che portare a soluzioni innovative.

S: Lo dicevi anche tu, un progetto che deve andare avanti. Che consigli daresti all’organizzazione per continuare ad alimentare questo movimento?

D: Credo che sarebbe interessante coinvolgere le università. In giro ci sono così tanti tesisti che sarebbero perfettamente in grado di sviluppare le idee che vengono fuori da manifestazioni come l’Hackathon, che per motivi di tempo sono più dei momenti di brainstorming e di progettazione che di realizzazione effettiva. All’Hackathon è mancata questa parte: nei fatti, non ce n’è stato il tempo. E anche adesso, per noi che siamo dentro al mondo lavorativo è dura trovare il modo di portare avanti questi progetti. Lo faremo, perché sono idee per cui vale la pena sacrificare una parte del proprio tempo libero, ma se si potessero coinvolgere gli studenti, non solo per loro sarebbe una bella palestra, ma potrebbero risolvere quello che a questo evento è mancato: il fattore realizzativo. L’Hackathon muove energie, anche perché la parte di ideazione e progettazione è quella che richiede maggiori competenze e convogliare persone dalle diverse esperienze che buttano li delle idee, è di per sé una grande impresa. Ma il problema del tempo, limita sicuramente le sue potenzialità.

S: Una cosa che ti è rimasta impressa di questi due giorni

D: La grande voglia da parte di tutti di impegnarsi per uno scopo, tanto da arrivare a non dormire la notte per raggiungere l’obiettivo. Una bella testimonianza di impegno